sabato 30 giugno 2012

Le Monache nella vita monastica dell'Abbazia di Santa Maria di Pulsano sul Gargano

a cura di Emiliano Tarluttini


Il Monastero di Pulsano sul Gargano è stato da sempre un luogo di preghiera, silenzio e contemplazione, con la presenza dei monaci eremiti che vivevano nelle grotte vicine.
San Giovanni
da Matera

L’Abbazia di Santa Maria di Pulsano fu eretta nel 591 d.C.  sulle rovine di un antico tempio pagano dedicato a Calcante

Le prime notizie storiche però risalgono al XII secolo.  

Nel 1129, infatti, una figura molto carismatica arrivò sulla montagna del sole; San Giovanni eremita al secolo Giovanni Scalcione, nativo di Matera, giunto in veste di pellegrino al santuario micaelico e poi restato in via definitiva, riformando e riedificando il monastero pulsanese trovato in grave stato di abbandono.

I monaci riformati, seguivano in maniera molto rigida la regola benedettina, essi indossavano un saio bianco con cocolla scura, erano scalzi, non si nutrivano di carne, né di latticini e né di vino.

L’abate  San Giovanni accoglieva tutti nell’ordine, previa severa e adeguata preparazione.



Non alla conoscenza di tutti, all’ordine faceva parte anche un ramo femminile che seguiva la stessa regola dei monaci, fatta rispettare da un monaco sacerdote che le affiancava in convento.

I principali monasteri femminili del tempo erano quello di San Bartolomeo, nella Valle Carbonara; San Barnaba Apostolo (vedi foto), nei pressi di Pulsano, entrambi sul Gargano e Santa Cecilia “de Pulsano nella diocesi di Troia, vicino ai monasteri maschili di San Giacomo Apostolo e di San Nicola, vicino Foggia, nel cuore del tavoliere.


Secondo gli scritti il monastero “prediletto” era quello di San Barnaba dovuto alla presenza della Beata Torra, una figura mistica persuasa  del suo eremitismo, ricordata nell’obituario del 7 aprile come: “TORRA, MATER OMNIUM PULANENSIUM MONACHORUM” ovvero “TORRA, MADRE DI TUTTI I MONACI PULSANESI”.

Questo monastero era sotto personale cura e attenzione dell’abate San Giovanni (“…sub cuius magisterio venerabiles feminae degebant…”) 


Papa Innocenzo II



Proprio in questo monastero successe l’inaspettato, ovvero, ci fu un insurrezione nei confronti del padre fondatore, insorgendo nell’apostasia, arrivarono addirittura a schierarsi con l’antipapa Anacleto II contro il pontefice Innocenzo II (foto) e si allontanarono insieme al monaco priore dalla famiglia pulsanese, tutto per poter divenire autonome.

L’abate Giovanni attese in preghiera fino a che il convento tornò nella pace e nella serenità di sempre.

Probabilmente le monache furono trasferite nel convento di Santa Cecilia, secondo gli scritti, per grave peccato di apostasia e disobbedienza; questo favorì una spiritualità femminile molto più elevata e colta che ha dato vita ad un importante centro spirituale della zona.
 
Nel Medioevo le giovani donne entravano in monastero durante la tenera età fino al matrimonio oppure in via definitiva ne restavano stabili. 
Il monastero non solo era luogo di preghiera, ma anche di studio, allargando così la diffusione della cultura, in quel tempo molto limitata.

Monastero di San Barnaba Apostolo
A differenza degli eremiti, che comunque potevano vagare liberamente, le donne sceglievano di recludersi in monastero.
Queste donne, quindi, abbandonavano il mondo per dedicare la propria vita interamente a Dio conducendo la propria esistenza nella isolamento, nella preghiera e nel lavoro.

Le monache pulsanesi residenti nel monastero di San Barnaba tessevano le tonache e filavano la lana, mentre quello di Santa Cecilia procurava ai monaci papiri, cingoli ed altro.

San Paolo dice: “Infatti, quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo. Non esiste più giudeo né greco, non esiste schiavo né libero, non esiste uomo o donna: tutti voi siete una sola persona in Cristo Gesù.(Gal 3,27-28)
L’intera vita delle monache pulsanesi si svolgeva in spazi molto ridotti; la cella misurava circa 10 mq. e le mura che difendevano il monastero includevano un giardino, detto all’epoca “hortus conclusus”.

La stabilità di domicilio perenne era dunque il quarto dei voti delle monache eremite, insieme a quelli di povertà, obbedienza e castità infatti, le monache giuravano di non abbandonare mai il monastero o l’eremo, eccetto in casi di estremo pericolo per l’incolumità personale o previo ordine dell’abba o del vescovo.

All’interno del monastero poteva esserci una finestrella che comunicava con l’esterno, per chiunque avesse bisogno di colloquiare per avere aiuto spirituale, una preghiera o un consiglio, allorché per le monache avere una finestra che comunicava con l’esterno era un privilegio in quando una linea diretta con il mondo esterno.
 
Questo modo di riforma ecclesiastica fatta dalle monache e dai monaci pulsanesi, in un momento storico-culturale confuso e indigente, destò interessi nella spiritualità del popolo meridionale, permettendo lo sviluppo di altri monasteri sul territorio.

Nella zona sud-est del Gargano, secondo gli scritti, il numero di eremiti presenti in zona erano numerosissimi, a causa probabilmente per la presenza del  santuario dedicato a San Michele Arcangelo o per l’ispida e aspra conformazione del territorio.

I monaci e le monache di Pulsano, vissero secondo La Regula elargita dal loro padre fondatore ovvero vivere nella preghiera quotidiana, nel lavoro, nell’obbedienza, nella castità e nella povertà come esempio per le generazioni future.

“Pax et concordia, humilis obedientia prelatis,
continua hospitalitas, divino rum officio rum seduta, 
erga monastice discipline regulam zelus non mediocris fervor”.

Eremo del Mulino

"CERTO DURA E’ LA SOLITUDINE
E DURA E’ LA BELLEZZA,
MA QUANDO LE AMI 
E PERDI TUTTO PER CERCARLE,
PER L’UOMO NON C’E’ RITORNO."
(Alberto Cavallini)
Tratto da: LAUS DEO, ANIMA PULSANI di Alberto Cavallini
Coedizione a cura di: “Biblioteca Apostolica Vaticana” e
”Abbazia di Santa Maria di Pulsano sul Gargano”




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