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venerdì 9 dicembre 2016

ADDIO AD ANTONIO PICCININNO, L'UTIMO DEI CANTORI.

E' morto nel pomeriggio di oggi, 9 dicembre 2016, in una clinica di Rodi Garganico, all'età di 100 anni il maestro Antonio Piccininno per tutti Zi Ntonj, ultimo componente storico dei Cantori di Carpino.

Con lui scompare un pezzo di storia della musica popolare garganica.

I funerali si svolgeranno sabato 10 dicembre alle ore 15 nella Chiesa di San Cirillo in Piazza del Popolo.

Dispiaciuti del fatto siamo vicini alla famiglia.

R.I.P.

giovedì 18 febbraio 2016

ANTONIO PICCININNO, I PRIMI 100 ANNI DI UN CANTORE

18/02/1916 - 18/02/2016
Garganistan Blog in occasione dei 100 anni del cantore di Carpino,
Antonio "Zi Antonio" Piccininno, 
propone un intervista di Italo Magno fatta al longevo maestro anni fà.

***

INTERVISTA AD ANTONIO PICCININNO
ULTIMO CANTORE DI CARPINO
di Italo Magno
Carpino abita una collina vista lago e da lì ama perdersi a guardare lontano le vaste distese di uliveti. Arrivo con mia moglie in auto e ci fermiamo davanti all’ampia balconata del bar della piazza centrale, dove Alessandro Sinigagliese, un cordiale giovanottone dell’Associazione Culturale Carpino Folk Festival, ha stabilito il luogo dell’incontro.

E lì era ad attendermi Antonio Piccininno, l’ultimo erede dei Cantori di Carpino.

Appena mi vede, con tanto di block notes e registratore tra le mani, solleva dalla sedia le sue gambe lunghissime, per  mostrare una gentilezza nel volto e nei modi che riesce a metterci subito a nostro agio.

Gli dico cosa intendo fare e lui ci propone di appartarci su un gradone che percorre tutto un lato di quella sorta di terrazza antistante il bar. Ma io gli chiedo di andare più in là, dove può far da corona una bella rampicante fiorita. Però, prima di sederci gli scatto qualche foto. E lui non si fa pregare, mostrandosi già abituato a simili approcci.
Quindi pigio sul tasto del registratore per avviare l’intervista.


  • Senti Antonio, so che di solito ti rivolgono domande riguardanti i canti che tu porti in giro per il mondo. Io invece vorrei prima sapere qualcosa della tua infanzia.
Devi sapere che io sono nato il 1916 e a due anni ho perso la mamma ed il papà, morti per l’influenza spagnola. Così, rimasto orfano, fui affidato ai miei nonni materni. Ma i tempi di allora erano cattivi, c’era la fame, così a otto anni mi hanno mandato al bosco a guardare le pecore. Qui vi erano delle persone adulte che si tramandavano questi canti popolari. Erano solo canti orali ed io, non avendo altro da fare, passavo il tempo a cantarli, mentre guardavo le pecore. Quando poi sono diventato grandicello, ho lasciato il mestiere del pastore e mi sono dedicato alla coltura dei campi…

  • Come contadino o bracciante?
Come bracciante, perciò non stavo sempre in un posto, ma giravo per le campagne. Lì, a sera, si usava che quando un ragazzo s’innamorava di una ragazza faceva portare la serenata. Quindi quasi ogni sera venivo chiamato, ora per portare la serenata ad una ragazza, ora ad un’altra e siccome cantavo bene le richieste non mancavano. Mi chiamavano non solo i giovanotti in amore, ma anche ai matrimoni, al carnevale, durante la raccolta delle ulive, del grano, secondo le usanze della nostra zona. Così ci divertivamo.

  • A parte questo, c’erano allora nelle campagne di Carpino lotte bracciantili per la terra, per migliori salari, per migliorare le vostre condizioni di lavoro?
Eh, le cose allora non erano belle. Chi aveva qualche pezzo di terreno se lo teneva stretto, ma non dava molti soldi agli operai. Non avevamo luce, né acqua, che ci toccava prendere lontano in qualche campagna dov’e c’era.

  • Quindi voi non partecipavate alle grandi lotte per la terra, non conoscevate, ad esempio Giuseppe Di Vittorio?
No, no. Sentivamo parlare del suo impegno per i braccianti, ma da queste parti non si è visto.

  • A questo proposito, siccome Matteo Salvatore s’interessava nei suoi canti popolari soprattutto della situazione di oppressione nelle campagne e nei piccoli borghi rurali, mi vuoi spiegare quali furono i tuoi rapporti con lui.

Antonio Maccarone e Andrea Sacco
Io ho conosciuto Matteo Salvatore tramite Teresa De Sio. Abbiamo fatto pure dei filmati insieme e l’anno scorso c’è stata una serata in suo onore ad Apricena, a quattro anni dalla morte. Abbiamo cantato al teatro davanti a sua figlia e a tutta la popolazione. Ho cantato con lui non moltissime volte, in tutto una quindicina. Lui ha il suo repertorio, io il mio, che è prevalentemente d’amore.


  • Insomma i canti d’amore ti hanno accompagnato per tutta la vita?
Non per tutta la vita. Questi canti li abbiamo portati avanti fino all’inizio dell’ultima guerra mondiale. Poi gli uomini sono andati tutti via. Dopo la guerra ci siamo ritrovati col grammofono, la radio e più tardi anche con la televisione, per cui i nostri canti sono stati messi da parte. Ognuno si è lanciato sulla modernità e quindi il ricordo dei canti e delle povere musiche spontanee si è perso. Però io ed altri abbiamo sempre tenuta attiva la fiamma dell’antichità, fino a che non è venuto a trovarci un giorno un uomo di spettacolo di Bologna che ci ha scoperto. Poi sono venuti Eugenio Bennato, Teresa De Sio e De Simone di Napoli e tutti sono stati interessati ai nostri canti, si sono presi i testi, i nostri nomi, ci hanno fatto le foto e se ne sono andati.

  • Così è arrivato il successo…
Macchè. Per alcuni anni non li abbiamo più visti né sentiti. Dopo sette otto anni ci hanno chiamati e siamo andati a Milano. Dopo Milano siamo andati a Napoli, al teatro “De Filippo”. E finalmente si è rifatto vivo anche Eugenio Bennato e quando lo abbiamo visto lo abbiamo rimproverato perché dopo averci promesso tanto non si era fatto più vedere. Lui si è scusato e ci ha avvertiti che voleva portarci con lui a Roma. E per diverse volte abbiamo fatto su e giù da Carpino a Napoli e a Roma per esibirci. In questo via vai la gente ha cominciato a conoscerci ed hanno preso ad invitarci con Bennato o senza Bennato. Poi ci siamo allargati e siamo usciti anche fuori dall’Italia. Siamo stati a Gerusalemme, siamo stati a Nazareth, insomma, in tutti i posti più belli del mondo. Abbiamo anche cantato a Tel Aviv, a Berlino, a Norinberga, a Bruxelles, a Barcellona, a Dubrovnik ed in moltissime città d’Italia. Insomma abbiamo passato un anno intero cantando.

  • Naturalmente in queste tournee non andavi da solo?
Andavo con i miei amici cantori, Andrea Sacco, Antonio Maccarone e qualche altro. Poi i compagni miei si sono fatti più anziani e allora si sono avvicinati dei giovani che volevano imparare come si canta per portare avanti gli antichi canti di Carpino. Ed ora è da una quindicina d’anni che giro l’Italia con questi giovani, tant’è vero che il 19 aprile passato siamo stati a Torino con i ragazzi a ritirare un premio, così cerchiamo ancora di portare avanti la nostra tradizione...

  • Senti Antonio, per tenere a mente i canti di Carpino hai dovuti scriverli. Quindi sei andato a scuola.
No, io a scuola non ci sono andato quando era il tempo, perché impegnato con le pecore e la vita di campagna. Però quando mi sono fatto grande sono andato qualche anno alla scuola serale. Ma già quando guardavo le pecore tenevo la penna ed il quaderno. Le persone mi dicevano di scrivere qualcosa, ad esempio scrivi Carpino, scrivi Foggia ed io scrivevo qualunque cosa mi dicevano e poi l’imparavo, così piano piano ho imparato a fare qualche cosa, non un granché, ma qualche cosa, le cose mie le so fare…

  • Allora in un primo momento ti sei avvalso del ricordo orale, poi invece piano piano ti sei esercitato…
Veramente tren’anni fa venne da Monte Sant’Angelo il professore Francesco Nasuti, che si occupa di teatro, e mi disse: “Antonio visto che sei abbastanza appassionato di canti antichi, perché non fai la raccolta di tutti i canti paesani”. Così io mi sono messo in giro per il paese e agli uomini più anziani domandavo: “Sai qualche canzone paesana?”, riuscendo a raccogliere due o trecento canzoni, che ho passato al professore Nasuti e lui ne ha fatto un libro.

  • C’è qualche canto che hai composto tu?
No, io sono solo cantante.

  • Nei tuoi canti spesso è presente il tema della donna.
Sì, è vero. Ma i canti popolari sono soprattutto dedicati alla donna. I nostri canti sono canti d’amore, che il giovane rivolge alla donna di cui è innamorato.

  • E com’era, ai tuoi tempi, il rapporto tra uomo e donna?
Eh, non era come oggi. Innanzitutto ai miei tempi l’uomo non la poteva vedere la propria ragazza realmente. La vedeva solo da lontano, quando quella andava in chiesa; qualche volta la vedeva un po’ di contrabbando, ma raramente perché se questo accadeva si riempiva il paese e per non farsi parlare ognuno si manteneva, dovendo conservare l’onestà fino al matrimonio. Io per esempio mi sono sposato a vent’anni e mia moglie ne aveva diciotto. Ho conosciuto mia moglie solo dopo il matrimonio. Prima non ci ho mai parlato.

  • Ma davvero?
Sì, le ho fatto solo la dichiarazione d’amore.

  • Ah, almeno quella l’hai rivolta a lei?
No, a lei no. L’ho fatta ad una zia, che abitava lì vicino, quella ha portato l’ambasciata, mi ha dato la risposta di sì e poi abbiamo preso a scriverci, sempre tramite la zia che dava la lettera alla mia fidanzata che mi rispondeva tramite questa donna….

  • Eh, però qualche contatto pure sfuggiva…
No, no, no, no, niente! Non ci ho mai parlato, solo la vedevo in chiesa o quando andava in campagna, perché tutti allora lavoravano, anche le donne. La mattina qui era una fiera, uomini e animali tutti in movimento per dirigersi alla campagna. In città rimanevano solo i cucitori, i barbieri e qualche negoziante. Il resto del paese, tutto in campagna. Quando poi ci siamo sposati, dopo la festa ci hanno portato alla casa nuova, sono venuti i compagni miei per la serenata e, quando sono andati via chiudendo la porta, io ci ho tirato giù la sbarra. Allora sono andato da lei, che stava pensierosa perché si vergognava, e presi ad accarezzarla, poi piano piano cominciai a toglierle qualche indumento da dosso e così, una volta spogliata, abbiamo fatto l’amore.

  • Ah!
Embè!


  • Antonio ho visto che suoni benissimo le nacchere. Chi ti ha insegnato?
Le nacchere sono uno strumento che si è sempre suonato. Io non saprei cantare senza le nacchere, perché quelle danno il tono al canto. Però la musica non me l’ha insegnata nessuno. Io sono un cantore con nacchere ed è l’uso che mi ha insegnato a suonarle; so anche fare qualcosa con la chitarra battente, però non sono bravo.


  • Hai cantato parecchie volte con Eugenio Bennato?
Eh, ho cantato tante volte. Ultimamente ho cantato insieme a lui a San Vito dei Normanni. E ho cantato pure con Teresa De Sio, parecchie volte. Purtroppo non posso cantare più con i miei vecchi amici cantori. Tutti deceduti. È morto prima Andrea Sacco, poi Maccarone, l’anno scorso.


  • Essere rimasto l’ultimo dei cantori di Carpino ti fa ricordare con nostalgia i tempi passati?
Sì, mi dispiace per i compagni che non ci sono. Ma io non mi faccio prendere dalla nostalgia perché ho sempre voglia di cantare, se fosse possibile vorrei cantare tutte le sere, quello è il mio divertimento.


  • Però Antonio, ora occorre lanciare nei canti anche qualche giovane bravo di Carpino.
Mo’ ti voglio dire una cosa. I giovani amano sentire i canti popolari, ma non amano impegnarsi molto in questo lavoro. Qualche donna invece si sente cantare bene. Io sono anche stato chiamato parecchie volte a scuola per insegnare qualcosa ai ragazzi e farli appassionare ai canti della tradizione. Il mio desiderio è che i giovani portino avanti i nostri canti popolari.

  • Un’ultima domanda. La bellissima Ninna Nanna di Carpino, secondo te, com’è nata?
Ascolta. A Carpino non tutte le madri avevano una culla. Allora chi non ce l’aveva, usava una mezza sedia, si metteva il figlio in braccio e cantava la ninna nanna, facendo avanti e dietro sulle gambette di legno fino ad addormentare il bambino. Questa ninna nanna io la canto sempre, l’ho imparata da bambino e non manco mai, mai, mai di cantarla.

  • Quando te la sento cantare mi faccio prendere dalla commozione…
E pure io. Mentre la canto devo stare attento giacché sono in pubblico e se non mi trattengo mi scappa il pianto… perché mi ricordo che sono vissuto senza la mamma e a me la ninna nanna non me l’ha mai cantata nessuno.


Finisce qui, con il fazzoletto che raccoglie le lacrime di un uomo buono, la mia intervista ad Antonio Piccininno, 95 anni, ultimo cantore di Carpino, memoria storica della tradizione popolare.
Sto per augurargli lunga vita fino a cent’anni, ma per lui non posso farlo e debbo allungarla almeno fino a centocinquanta.
Con la fibra e la lucidità che si ritrova potrebbe anche arrivarci.





***



GARGANISTAN MOVEMENT
AUGURA AL CARO ANTONIO PICCININNO
I PIU' SENTITI AUGURI PER IL SUO SECOLO
E
UN GRAZIE IMMENSO PER QUEL CHE SEMINA NELLA NOSTRA TERRA.

AUGURI!

Garganistan 2016



http://www.italomagno.com/Articoli/FinestraCitta/carpino.htm
http://amaraterra.blogspot.it/2011/07/due-anni-fa-ci-lasciava-antonio.html#axzz40RWusi2w

giovedì 2 gennaio 2014

La Solitudine Della Neve

LA TRAGICA STORIA DEI 15 GARGANICI MORTI ASSIDERATI SU MONTE CALVO


Ci sono storie che si dimenticano, o che non si vogliono ricordare, tragedie che lasciano segni indelebili e tragedie che vengono rimosse. 

Una fitta nebbia involge un episodio tragico avvenuto nell'aspro territorio di San Giovanni Rotondo, in mezzo ad un difficile secolo, il 1800, contrassegnato da epidemie, lotte e fatti di sangue; 

un episodio che accadde in una fredda vigilia di Natale del 1846:
“a venti di Dicembre milleottocentoquarantasei, disgraziatamente sono morti nel luogo detto Castello Ficcardo, tenimento di questo comune le sottonotate persone vaticali n° 15...[1]”

San Giovanni Rotondo nella prima metà dell'800' è una piccola cittadina, di circa 6.000 abitanti con un’economia basata sulla monocultura cerealicola (con l’assenza quasi di qualsiasi attività produttiva specializzata[2]), sulla pastorizia povera e sull’allevamento brado:


“negli estesissimi pascoli della pianura si raccoglie d’inverno il bestiame, che nella stagione più calda emigra tra i monti e sugli altipiani guidato da quei pastori mezzo selvaggi, il cui strano abbigliamento ci venne reso famigliare dalle dipinture, che raffigurano briganti, perché briganti e pastori sono qui press’a poco la medesima cosa”....

Il Gargano è  come un’isola solitaria e selvaggia, che si specchia nel Golfo di Manfredonia, dove le città “languono sotto il plumbeo giogo della malaria, la quale sprigiona dalle paludose lagune, di cui i monti del Gargano sono circondati da settentrione a mezzodì”[3].
 
La mancanza di infrastrutture stradali, le pessime condizioni igienico-sanitarie, le condizioni di vita molto scadenti, al limite della sopportazione umana, i fattori di isolamento con il resto della regione, sono gli aspetti che maggiormente emergono dalle prime inchieste parlamentari[4].

Non era agevole raggiungere San Giovanni Rotondo.

Le strade, poche e in pessime condizioni, collegavano il paese solo con  San Severo, Monte Sant’Angelo e con le Matine:
“non è concepibile quali difficoltà si debbano sormontare per raggiungere questi piccoli centri dispersi fra le montagne del Gargano… mi è parso compiere un salto indietro nel
corso della civiltà di almeno cent’anni…

Questo il paesaggio.
Una via stretta, fangosa e sporca fino all’inverosimile, fiancheggiata da una teoria di casupole basse, povere, tristi, da cui sbucano frotte di bambini mocciosi e di maialetti sguazzanti e grugnenti nel fango, bui interni di abitazioni primitive, donne e uomini che ti guardano con aria triste quasi diffidente, non un sorriso, non un fiore: ecco San Giovanni Rotondo”[5]

Il grande problema infrastrutturale è  rappresentato dall'assenza di strade che collegano San Giovanni Rotondo con la parte settentrionale del Gargano.
Una strada importante, fondamentale  per il commercio del pesce:
“Facciamo voti che si dia ben presto esecuzione alla strada S. Giovanni Rotondo - Cagnano, cento volte tracciata ed altrettante rimasta in oblio”[6].

Il pesce a San Giovanni Rotondo era venduto in pubblica piazza ed  in parte pescato nel lago di Pantano:
“distante tre miglia da parte di Levante, formato dalle acque che cadono l'inverno e dalle acque che distillano dalla montagna, che gli è parte di tramontana, nominata Monte Calvo: accade in tempo di siccità che viene a mancare (l'acqua).”[7]. 

Una pesca povera che avviene solo nella stagione estiva:“In questo lago non visi pesca altro pesce, che picciole tinche, e la pesca fassi solo nelle stati.

In S. Giovanrotondo è legge municipale, che le tinche vender si dovessero nel lago grana cinque il rotolo, ed in piazza grana sei; e che non si potessero vendere in altri paesi.
Ciò non ostante i vaticali di S. Giovannirotondo le vanno a vendere a Montesantantangelo, a S. Marco in Lamis, a Foggia, ed in altri luoghi”.

Nelle altre stagioni il pesce proviene da Manfredonia e dal lago di Varano trasportato dai vaticali di San Giovanni Rotondo:
“Il lago di Varano è di pesci abbindantissimo, e quindi di sommo profitto.
Vi si pescano capitoni, capomazzi, anguille maretiche, ed anguille pantanine, cefali, mansi, urute, spine, grugnali, tinche, ed altre specie di pesci”[8].



I vaticali, sono proletari poveri e spesso indebitati con i possidenti della città.

A volte proprietari di un mulo o di un asino, in comitiva sono dediti al trasporto di pesce o di prodotti della terra che poi vendono nei mercati.

Le feste natalizie erano una ghiotta occasione per i vaticali sangiovannesi per fare profitto con la vendita del pesce ma nel 1846 qualcosa andò storto. 

Una compagnia di 15 vaticali si mosse alla volta di Cagnano Varano per provvedere all'acquisto del pesce in compagnia dei loro muli. Caricato il pesce  intrapresero la strada del  ritorno.

La mulattiera che da Cagnano conduce a San Giovanni Rotondo è breve (meno di 20 km) ma dura e insidiosa. I vaticali  conoscono bene la mulattiera e sono consapevoli dei rischi,  ma i primi fiocchi si trasformano in breve tempo in una fitta e copiosa nevicata.
Decisero di continuare il  viaggio ma il loro coraggio si rivelò funesto.

Il vento impetuoso accompagnato da una fitta nevicata  gli tolse la vista; stanchi e forse privi di riferimenti, giunti a pochi chilometri da San Giovanni Rotondo, in località Castello Ficcardo (nei pressi di Monte Calvo), stremati nelle forze e vinti dall'ira del tempo, incontrarono solo l'inesorabile e tragico destino:“ venivano da Cagnano con i loro animali carichi di pesci, la causa della morte è stata il cattivo tempo cagionato dalla cadente neve una coll'impetuoso vento”[9]. 


Una tragica visione accolse i soccorritori che il giorno dopo trovarono solo cadaveri sparsi tra la Valle degli orti e Castello Ficcardo;  morirono tutti, assiderati dal gelo;
tra le cinque e le sette della mattina. 

Una strage, 15 lavoratori, 13  di San Giovanni Rotondo, uno di Carpino e uno di Cagnano Varano.

+ Bucci Giuseppe di anni 24 morto insieme al padre Nunzio di anni 47; 
+ De Padova Giovanni di anni 26; 
+ De Padova Michele Vincenzo, di anni 35, trovato nella Valle degli orti sepolto dalla neve; 
+ Di Cosmo Francesco, di anni 44;
+ Gurguglione Michele Giovanni, il più giovane, morto nella neve a 18 anni;
+ Mangiacotti Giovanni, di anni 42, perito insieme al figlio Francesco di anni 22;
+ Palladino Antonio, sposato di anni 40;
+ Passitti Francesco di Carpino di anni 29;
+ Pazienza Giovanni Andrea di anni 22;
+ Pelosi Michele , di Cagnano Varano di anni 37;
+ Ricci Antonio, di anni 36;
+ Ricci Michele, di anni 39;
+ Ricci Pasquale di anni 32, sposato.


La tragedia della storia e la beffa del destino risultano più lacrimevoli se si pensa che Castello Ficcardo e soprattutto la Valle degli Orti si trovano sul crinale nord di Monte Castellano cioè  a poco meno di 3 chilometri dalla meta San Giovanni Rotondo.

Ma d'altronde se i poveracci fossero riusciti a percorrere un solo chilometro in più e avessero raggiunto quindi il crinale nord di Monte Castellana, la tormenta di neve sarebbe stata molto più mite soprattutto il manto nevoso meno alto.

Monte Calvo innevato


Anche se la vicenda risale a quasi due secoli fa, lo storico resta ancora rattristato e colpito nel più profondo dell'anima se si pensa che gli sfortunati protagonisti sono stati vittima di un'ingerenza economica.

Difatti in una notte così fredda, con una tormenta di neve e vento che ti impedisce persino di aprire gli occhi, l'unica strada era fermarsi con tutti gli asini e i muli e soprattutto il carico di pesci, restando uniti e trovando un riparo per passare la notte.

Ma i poveracci non potevano fermarsi perchè l'indomani mattina, vigilia di Natale, dovevano vendere il pesce che avevano comprato a Cagnano.
Non arrivare in tempo, significava perdere i mercati e quindi buttare la merce.

Quindi il paradosso tragico: per la necessita di arrivare presto non arrivarono mai!


di Antonio Tedesco
Ricercatore storico, collabora con la Fondazione Nenni.
Ha pubblicato diversi articoli e saggi storici.




[1]     Archivio Storico Chiesa di S. Leonardo Abate, S. Giovanni Rotondo, Registro dei morti, Volume XV, 1839-1847. La nota è dell'Arciprete Giuseppe Longo.
[2]     Antonio Tedesco, Quella voce fucilata nella piazza,l'eccidio del 14 ottobre 1920 a San Giovanni Rotondo, Ed. Sudest, 2010, Manfredonia.
[3]     C. Stieler, Viaggio pittoresco dalle Alpi all’Etna, Milano 1876.
[4]             Molte furono le inchieste dopo l’unità d’Italia per verificare la condizione economica del sud Italia. Di Stefano Jacini (1826-1891): cattolico liberale fu deputato della destra storica e poi ministro. Diresse dal 1877 al 1884 la grande inchiesta agraria. Altre interessanti inchieste: Giuseppe Zanardelli, del prof. Presutti, di Franchetti, di Fortunato, solo per citarne alcune.
[5]     L’Avvenire delle Puglie, 17.10.1920.  Inchiesta di Ausert Urberto, giornalista dell’Avvenire delle Puglie(per i fatti dell'eccidio del 14 ottobre 1920).
[6]     Tommaso Nardella, Memorie storiche di San Giovanni Rotondo, 1894.
[7]     Tommaso Nardella, Memorie storiche di San Giovanni Rotondo, 1894.
[8]     Michelangelo Manicone, La fisica appula del P.F. Michelangelo Manicone, Napoli, 1807.
[9]     Archivio Storico Chiesa di S. Leonardo Abate, S. Giovanni Rotondo, Registro dei morti, Volume XV, 1839-1847. La nota nel Registro dei morti è dell'Arciprete Giuseppe Longo. 



Garganistan ® 2014

giovedì 21 marzo 2013

IL CARPINO FOLK FESTIVAL ACCREDITATO ONG DALL’UNESCO PER LA SALVAGUARDIA DEL PATRIMONIO CULTURALE IMMATERIALE.



Il Carpino Folk Festival entra a far parte delle ONG (Organizzazione non governativa) per la "Salvaguardia del patrimonio culturale immateriale dell'UNESCO".

Il presidente dell'Associazione Michele Ortore dichiara :

"Si tratta di un riconoscimento che premia il nostro impegno dedicato in particolare al Gargano e alla Puglia, terra di eccellenze musicali che insieme a tutta l'Italia vanta un patrimonio consistente di tradizioni, consuetudini sociali, arti dello spettacolo ed eventi rituali e festivi che debbono essere tutelati con un impegno maggiore rispetto a quello dedicato ai beni culturali tangibili. 



Con il consenso del direttore artistico del Carpino Folk Festival, Luciano Castelluccia, pubblichiamo la lettera arrivata in sede dell’associazione:

mercoledì 23 giugno 2010

Specchi d'Acqua, Specchi di Vita




Specchi D’Acqua, Specchi di Vita è un documentario storico-scientifico sulla realtà delle popolazioni che vivevano nei pressi dei laghi di Lesina e Varano quali Lesina, Sannicandro Garganico, Cagnano Varano, Carpino, Ischitella.

venerdì 18 giugno 2010

Carpino

Il comune di Carpino giace ai piedi della collina Pastromiele, oggi conta circa 4500 abitanti ad un'altezza di 147 metri s.l.m. ed ha una superficie di 83 Kmq.

STORIA

Probabilmente le  sue origini risalgono all'XI secolo, quando alcuni abitanti dell'antica città dell'Uria si trasferirono in altre parti del Gargano, in questo caso in boschi di càrpini che all'epoca circondavano il Lago di Varano e ne ricoprivano la collina Pastromiele.

Il suo nome sembra attinente proprio alla  presenza dei càrpini in loco; il suo nome ha avuto diverse matamorfosi, con il passare del tempo il suo nome cambiò prima in Crapino, poi in seguito in Caprino, fino al contemporaneo Carpino, come riportato in un documento del 1628.

Torre Castello
Il primo documento in cui si nomina Carpino è su una bolla del 1158, con la quale Papa Adriano IV, confermava all' abbazia di Monte Sacro i privilegi sulle Chiese di San Pietro e di Santa Maria presso il "Castellum Caprelis".

Carpino fu meta di molti popoli come i gli Aragonesi, gli Angioini, i Normanni e proprio i Normanni che costruirono il maestoso Castello, infatti, tra il 1150 ed il 1160 diffusero il loro dominio su tutta la parte settentrionale del Gargano, per questo edificarono prima l'imponente torrione come segno di dominio territoriale e poi l'edificazone del castello e delle mura per la protezione dell'abitato, più tardi gli Svevi lo restaurarono e lo ampliarono, potenziando la sua funzione difensiva.

Dopo gli Svevi furono i Della Marra a possedere il feudo di Carpino per oltre 150 anni.
Poi fu assegnato, per circa un decennio ai Di Sangro di Torremaggiore, fino a quando re Federico, lo conferì a Troiano Mormille.

Nel 1526 il Sacro Consiglio ordinò la vendita di Carpino e Cagnano e per appagare i creditori del feudatario Fabrizio Mormille ed il feudo fu comprato da Antonio Loffredo al quale succedettero  subito dopo i Nava.

Nel 1532 la comunità di Carpino non viveva un periodo felice, infatti, gli abitanti si erano rifugiati tra le mura, oggi zona chiamata "Terra Vecchia".
Nella Carpino del 1616 i Signori di Carpino sono Alonso de Vargas e la sua consorte Zenobia Nava.

Nel 1680 sono ancora i Vargas a possedere il feudo con il titolo di principato.
Gli ultimi feudatari furono la famiglia Brancaccio, come attestato su una lapide sita nell'ex Chiesa del Purgatorio, dovuto al matrimonio con una figlia dei Vargas.

Panorama di Carpino visto da Piano Vergato

CENTRO STORICO E LUOGHI DI CULTO





















Il centro storico di Carpino è caratterizzato dai piccoli vicoli con caratteristiche scalinate e dai classici "Mugnali", diffusi in tutti i centri storici garganici,  balconi con scale che servivano  per accedere ai primi piani delle proprie abitazioni.









Chiesa San Nicola di Mira












E' possibile ammirare i resti del Castello Normanno-Svevo e la Chiesa Madre che con le reliquie dei Santi martiri Dionisio e Lelio;
fu consacrata a San Nicola di Mira nel 1678 dal vescovo Vincenzo Maria Orsini, diventato poi Papa Benedetto XIII.




Chiesa San Cirillo - Piazza del Popolo
La Chiesa di San Cirillo è sita in Piazza del Popolo, costruita nel 1310 aveva la  funzione di oratorio, fu poi ristrutturata nel 1770 acquisendo uno stile prettamente barocco.

 
















All'interno, sulla volta,  è possibile ammirare il dipinto a tempera rappresentante la Santissima Trinità (foto sx) e i  due Santi Patroni venerati a Carpino, ovvero,  San Cirillo d'Alessandria, vescovo e dottore della Chiesa e San Rocco pellegrino, festeggiati in ordine il 18 maggio e  il 16 agosto.





La Chiesa della Santa Croce è edificata sulla collina di Pastromiele fu voluta nel 1818 da Paolo Santoro un benestante di Carpino, fino al 1943 si celebrava la messa ogni venerdì e particolarmente il 3 maggio, giorno della Santa Croce.
Nel 1943 un fulmine, ne distrusse il tetto, nel 1944 si cercò di ripristinarla, ma l'insesibilità del parroco del tempo fece arrendere gli agguerriti fedeli.Il crocefisso che impreziosiva la cappella fu spostato nella Chiesa Madre.
Ultimamente ristrutturata è usata occasionalmente per cresime, comunioni.
Attualmente è aperta solo due volte l'anno: il 3 maggio, giorno della Santa Croce, e il 14 settembre, giorno dell'Esaltazione della Croce".




La Chiesa di Sant’Anna sita in agro di Carpino poco distante dal centro abitato fu costruita per permettere ai contadini dell'epoca di assistere alla messa del mattino.In principio fu affidata ad un eremita, che alloggiava in una struttura semplice poco distante, ormai andata distrutta.
La Chiesa fu sottoposta a diversi interventi di restauro, che ne hanno, per fortuna, conservato l’aspetto originario.
La facciata in pietra bianca è ancora visibile. Sull'altare in stile barocco, ci sono due colonne decorate da vite, su cui era affisso un quadro del '700 raffigurante la Madonna col Bambino e Sant'Anna trafugato poi nel 1969.
Questo misfatto associato alla distanza della Chiesa dal centro abitato portò la gente del loco a non frequentare più il tempio e allo scadimento della struttura.



La gastronomia di Carpino è caratterizzata da formaggi, ortaggi secchi o sott’olio, olive in salamoia, pane e focaccia, ma in particolare spiccano nell’eccelso, l’Olio extravergine d’oliva e la Fava di Carpino.

L’Olio extravergine d’oliva

Una terra ricca di fosforo unita alle condizioni climatiche del luogo aggiudicano a Carpino la fama  di “Città dell’Olio”.Dall’esperienza secolare per l’olivicoltura, tramandata da padre in figlio, ne nasce un olio di elevata qualità.

La maggior quantità di olio viene prodotto dall’ogliarola garganica e in minima parte dalla Coratina o il Leccino.


Dal sapore fruttato, dalla  bassa acidità e dall’inconfondibile color oro e non è da distinguere da altri oli garganici come quello della zona “Matine” tra Manfredonia e San Giovanni Rotondo o quello delle pianure del territorio di Rignano Garganico.


La Fava di Carpino

La Vicia Faba maior, è una varietà di fava autoctona coltivata nell’agro di Carpino.
Per molti anni, questo legume è stato la colonna portante dell'economia e dell'alimentazione del paese.


Procedimenti antichi, microclima e la qualità del terreno, danno alla fava di Carpino le giuste condizioni, per diventare un prodotto sano e genuino, alla base dell’alimentazione mediterranea, da sempre; questo legume infatti ha un cospicuo contenuto di carboidrati, proteine, vitamine e fibre.


Il seme viene piantato in ottobre mentre nel mese di giugno si falcia la pianta e si lega in fasci detti “manocchi” e si lascia seccare sul posto.


A luglio con forche in legno, si separa la paglia dal frutto.


Un modo per degustarle è l’appetitoso  “fave e cicoria”o il "Pancotto alla carpinese con le fave", piatto tipico del Gargano, condendolo semplicemente con dell’Olio extravergine e a piacere della cipolla cruda a fette.
Gli eventi importanti di Carpino sono la consueta sagra “dell’olio e delle fave” ad agosto, la festa dell’olio novello a dicembre e dell’ormai noto Carpino Folk Festival.

Il Carpino Folk Festival

Carpino Folk Festival - Francesco Crisetti e Progetto Cala la Sera in concerto
Il Carpino Folk Festival, nasce nel 1996 grazie al musicista carpinese RoccoDraicchio, appartenente al gruppo musicale Al Darawish.

Già dalla prima edizione il festival riscosse elevato successo, grazie anche ai cantori (all'epoca quasi ottantenni) Andrea Sacco, Antonio Piccininno e Antonio Maccarone.


Con il passar degli anni parecchi musicisti e studiosi di musicologia sono passati da Carpino, come Eugenio Bennato, Angelo Branduardi, Teresa De Sio e molti altri.


Piazza del Popolo - Concerto di Luca Bassanese - CFF 2011
Il Carpino Folk Festival si svogle di solito nella prima decade di Agosto, con la "paziente collaborazione" di tutto il paese, in questi giorni di festa, Carpino diventa il centro della musica popolare del meridione, attraendo numerosi visitatori, garganici e non.

 

Negli ultimi anni, il folk festival ha avuto impennate di visite che toccano più di 80000 persone (edizione 2008).

Nei pressi del palco, sito in Piazza del Popolo, è possibile trovare stand per la degustazione di vini e di piatti tipici come l'immancabile fave e cicorie, oppura proddotti artigianali come la chitarra battente, le castagnole e svariati tamburelli, oggetti indispensabili per questi giorni di festa; sempre nelle vicinanze è possibile vedere come tessere, alla maniera di un tempo, variopinti tessuti da donne del loco.


Questo festival ha reso al Gargano un punto di riferimento internazionale, per la musica popolare e le tradizioni del Sud-Italia.